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MONTAGNAREALE, IL 50ENNE INDAGATO SI TRINCERA NEL SILENZIO


A Montagnareale, nel cuore dei Nebrodi, l’inchiesta sul triplice omicidio consumatosi durante una battuta di caccia la mattina dello scorso 28 gennaio resta ancora avvolta nel mistero. Di certo, dopo le novità emerse durante gli ultimi giorni, c’è ancora il silenzio da parte dell’indagato.


Il 50enne agricoltore, amico di una delle vittime, si è presentato nuovamente nelle scorse ore davanti alla Procura di Patti, ma ha scelto ancora una volta di non rispondere alle domande del procuratore capo Angelo Cavallo e della sostituta Roberta Ampolo.


Una linea già adottata all’indomani della strage, quando l’uomo era stato ascoltato inizialmente come persona informata sui fatti e aveva lasciato trapelare alcune ammissioni a proposito della sua presenza sul luogo della strage.


Stavolta, assistito dai suoi legali Calderone e Barbera dello studio di Barcellona, ha optato per una strategia difensiva più rigida: nessuna dichiarazione, nessuna ricostruzione. Al pari di quelle che hanno rilasciato gli stessi legali ai giornalisti presenti al termine dell'incontro.


Il fascicolo è ormai nelle mani della scienza forense. A orientare le prossime mosse saranno infatti gli accertamenti tecnici, a partire dalle perizie balistiche sui fucili sequestrati — quello dell’indagato e quelli appartenenti alle tre vittime — chiamate a ricostruire traiettorie, distanze e sequenza degli spari.


Sotto esame anche gli indumenti e gli stivali indossati quel mattino, così come l’esito dello stub, il test che rileva eventuali tracce di polvere da sparo su pelle e vestiti. Un elemento chiave per stabilire chi abbia effettivamente premuto il grilletto e in quali momenti.

Non meno rilevanti le immagini registrate da una microcamera installata sull’arma di una delle vittime: un documento potenzialmente decisivo per fissare gli ultimi istanti prima della tragedia.


Secondo la ricostruzione investigativa fin qui emersa, tutto avrebbe avuto origine da un errore fatale. L’82enne Giuseppe Pino avrebbe sparato per primo, scambiando il fratello Devis per un cinghiale in condizioni di visibilità ancora precarie.


Da lì una reazione a catena: Davis Pino avrebbe risposto al fuoco colpendo mortalmente Gatani. A quel punto, sempre secondo gli investigatori, sarebbe intervenuto l’agricoltore indagato, che avrebbe esploso un colpo ravvicinato contro il più giovane dei fratelli, ferendolo mortalmente prima di allontanarsi dal luogo della sparatoria.


Un quadro ancora ipotetico, che attende riscontri oggettivi. L’uomo era stato fin da subito al centro dei sospetti anche per il legame stretto con una delle vittime, con cui condivideva abitualmente le battute di caccia nei boschi di Montagnareale. Proprio come quella mattina del 28 gennaio, trasformata in pochi minuti in una scena di morte.

 
 
 

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