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PNRR, OLTRE 1,3 MILIARDI DI PROGETTI RIMASTI BLOCCATI IN SICILIA

A 139 giorni dalla scadenza fissata da Bruxelles, la Sicilia si trova ancora lontana dal traguardo della spesa dei fondi del Pnrr. Un ritardo che rischia di trasformarsi in un caso emblematico di inefficienza amministrativa del governo nazionale e di quello regionale.


I numeri raccontano la fotografia attuale: su una dotazione complessiva di 2 miliardi e 74 milioni di euro destinati alla Regione, oltre la metà delle risorse – circa 1 miliardo e 347 milioni – deve ancora essere utilizzata. All’Unione Europea interessa anche la certificazione della rendicontazione, ovvero la prova concreta che quei fondi siano stati impiegati secondo gli obiettivi del piano. Ed è su questo fronte che la situazione appare ancora più critica: appena 204 milioni risultano certificati, meno del 10% del totale. Restano dunque da giustificare oltre 1,8 miliardi di euro. Un dato che assume un peso ancora maggiore se si considera la natura straordinaria del Piano nazionale di ripresa e resilienza, nato all’indomani della pandemia per sostenere territori e sistemi economici messi in ginocchio da lockdown e restrizioni.


A quasi quattro anni di distanza, però, in Sicilia una parte consistente di quel programma di rilancio resta ferma sulla carta. E così è destinata a rimanere. Le criticità emergono con particolare evidenza osservando l’andamento dei singoli dipartimenti regionali. Quattro, nello specifico – Lavoro, Istruzione, Formazione e Tecnico – non hanno ancora certificato alcuna spesa. In pratica, zero euro rendicontati. Poco meglio fa il settore dei Beni culturali, che si ferma al 2,5% dei 66 milioni assegnati.


Nei mesi scorsi il presidente della Regione, Renato Schifani, aveva ventilato la rimozione dei dirigenti responsabili in caso di perdita dei fondi. Da allora si è registrato un lieve avanzamento, con la spesa complessiva che è passata dal 28% al 35%.Alcuni dirigenti regionali – ascoltati in Commissione all’Ars – respingono però le accuse di immobilismo. La spesa, sostengono, sarebbe più avanzata di quanto emerga dai dati ufficiali.


Il vero nodo, secondo questa linea difensiva, riguarda la certificazione: una fase burocratica che sarebbe stata volutamente rallentata per concentrare gli sforzi sull’attuazione dei progetti, rinviando la rendicontazione finale agli ultimi mesi. Una strategia rischiosa, perché il tempo residuo è limitato e i margini di errore si assottigliano giorno dopo giorno. La scadenza del 31 agosto rappresenta una linea invalicabile: ciò che non sarà speso e certificato, non potrà più essere utilizzato.

 
 
 

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