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GUERRA DEI PREZZI, COME INCIDERANNO SUI CONSUMI GLI AUMENTI PREVISTI E IL RISCHIO CHIUSURA STRETTO HORMUZ


Quello avvenuto lo scorso 28 di febbraio a Theran è destinato a ripercuotersi negativamente sul commercio e di conseguenza economia del nostro Paese per settimane. Nella più nera delle ipotesi si parla anche anni.  


L’attacco congiunto tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e Israele sferrato contro la Repubblica islamica dell’Iran che ha portato all’uccisione del leader politico e religioso Ali Khamenei, sta producendo effetti sostanziali anche alle nostre latitudini.


Nelle ultime 24 ore l’aumento del diesel e della benzina è stato esponenziale. Le quotazioni internazionali dei carburanti hanno reagito istantaneamente all’attacco portando il valore del greggio ai massimi degli ultimi sette mesi.


L’aumento non colpirà solo gli automobilisti, ma come facilmente prevedibile si abbatterà su tutta la catena del trasporto merci e beni, anche di prima necessità che viene effettuata su gomma per la quasi totalità dei prodotti che al supermercato e nelle varie attività commerciali.


La distribuzione logistica, infatti, rappresenta una nota di costo determinante nel costo finale di ogni bene.  Quando aumentano il diesel e i noli marittimi, ad esempio a causa della crisi nel Golfo Persico, le aziende alzano i prezzi per mantenere i margini. Questo provoca rincari diffusi dalla frutta alla pasta che pesa direttamente sui consumatori, trasformando così la guerra in Medio Oriente in un problema economico interno concreto.

Altra impennata è quella sulle tariffe di luce e gas che sin dalle prime luci dell’alba del primo di marzo hanno registrato un più 43 per cento, annullando i benefici dei recenti cali stagionali e costringendo le famiglie a fronteggiare costi di riscaldamento e illuminazione insostenibili.


Le ragioni di questi aumenti vanno ricercate nello Stretto di Hormuz, nonostante il rapporto economico e commerciale tra l’Italia e il paese mediorientale sia ridotto al lumicino da anni.

Il vero elemento fondamentale in questa crisi è lo Stretto di Hormuz, un passaggio marittimo strategico tra l’Iran e l’Oman, attraverso il quale transita una fetta enorme dell’energia che muove l’economia globale. Circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, cioè circa un quinto della domanda petrolifera mondiale, passa proprio da qui, insieme a un’altra parte significativa del gas naturale liquefatto.


Questa via è fondamentale perché collega il Golfo Persico, dove si trovano i grandi produttori di petrolio come Arabia Saudita, Emirati, Kuwait e Iraq, con il resto del mondo attraverso il Golfo di Oman e l’Oceano Indiano. Senza il passaggio via mare, non esistono rotte alternative capaci di trasportare quei volumi e gli oleodotti terrestri esistenti sono in grado di spostare solo una piccola parte del traffico.


Negli ultimi giorni, con l’escalation militare tra Iran, Stati Uniti e alleati regionali, l’Iran ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz ai traffici navali, minacciando di attaccare le navi che tentassero di attraversarlo. Questa situazione ha già congelato molte rotte commerciali e fatto lievitare i prezzi del petrolio sulle borse internazionali.


Se la chiusura dovesse perdurare, la riduzione del flusso energetico potrebbe avere impatti pesanti sui mercati globali, con ulteriori aumenti dei prezzi del petrolio e difficoltà nelle forniture, non solo per i Paesi asiatici ma anche per l’Europa e l’Italia, che dipendono indirettamente da queste rotte di energia.

 
 
 

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