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“Se tocchi mio figlio o i miei affetti vengo a sbranarti fino a casa” Lei COLPEVOLISTA? Ma mi faccia il piacere...

Redazionale a cura dell'editore Franco Arcoraci


Processiamo, se ne siamo davvero capaci, l’essere umano.

Ogni volta che accade una tragedia come questa, il dibattito sui social si divide con una velocità impressionante.

Da una parte i garantisti, dall'altra i colpevolisti.

Ma cosa succede nella mente di un uomo quando vede la propria famiglia aggredita? Quando assiste alla violenza contro la moglie, contro la figlia, quando viene lui stesso picchiato, umiliato, privato della dignità e della sicurezza che ha costruito in una vita di sacrifici?

Parliamo anche dei beni materiali. Riconosciamolo, ogni bene rappresenta anni di lavoro, rinunce, sacrifici. Ma qual’è il bene più grande? È la propria famiglia. È la convinzione di poterla proteggere. È il ruolo di padre, marito, figlio, uomo.

Quando qualcuno entra nella tua casa o nel tuo luogo di lavoro con la violenza, non ruba soltanto degli oggetti. Invade la tua identità. Ed è qui che il diritto dovrebbe interrogarsi con maggiore profondità. Non per giustificare la vendetta o autorizzare la giustizia privata.

Uno Stato, per carità, non deve delegare ai cittadini il compito di punire. Ma nemmeno può fingere che un essere umano, in quei drammatici istanti, ragioni con il distacco di un giudice seduto dietro una scrivania.

La legge conosce la legittima difesa, conosce le attenuanti, conosce il vizio di mente, tutto ok. Ma forse manca ancora uno spazio per comprendere quella condizione emotiva estrema in cui una persona, travolta dal trauma immediato di un'aggressione, perde la capacità di valutare lucidamente le proprie azioni. Non è follia. È qualcosa di diverso. È quell'istante in cui il cervello viene sopraffatto dall'adrenalina, dalla paura, dalla rabbia, dall'umiliazione non dimentichiamo chi siamo e da dove veniamo, siamo animali, animali evoluti (forse). È il momento in cui il cuore prende il posto della ragione.

La psicologia lo descrive da anni: in condizioni di stress estremo il nostro sistema nervoso entra in modalità di sopravvivenza. Le emozioni prevalgono sul ragionamento, ma avete mai provato ad avere una pistola puntata alla tempia o un coltello alla gola? Alcuni si cagherebbero addosso per molto meno, con conseguenti sedute dallo psicologo e richieste di risarcimenti contro l’aggressore per avergli rovinato l’esistenza raccontandoci di un trauma permanente descrivendoci i suoi incubi notturni. Ammettiamo dunque che controllo della propria persona in quegli istanti diminuisce drasticamente. Eppure, nel dibattito pubblico fatto anche da “certi garantisti, poi colpevolisti e poi di nuovo garantisti”, questo sembra scomparire.

Se si giudica tutto con il senno di poi. Con la calma di chi guarda un filmato. Con il comfort di un divano. È facile dire: "Io mi sarei fermato (con la minkia)." Ma nessuno può sapere davvero cosa farebbe finché non si trova davanti agli occhi la propria famiglia terrorizzata, ferita, umiliata e in pericolo di vita da tre rapinatori pronti a tutto. Chi di noi, almeno una volta nella vita, non ha pronunciato frasi che raccontano la forza degli affetti: "Se qualcuno tocca mio figlio, divento una bestia." "Se fanno del male alla mia famiglia, gli vado a sbranare il cuore fino a casa e non ti passa e pensare che lo abbiamo fatto per molto meno. Abbiamo sentito frasi così da persone di ogni orientamento politico, culturale e morale e di qualsiasi ceto sociale perché i figli sono pezzi di cuore.

Poi, quando qualcuno vive davvero quell'incubo, improvvisamente diventiamo perfettamente razionali (con il culo degli altri) e pretendiamo di spiegare che cos’è la legittima difesa, il pericolo concreto e attuale per la propria vita, bla, bla bla. Pretendiamo anche che nel momento di massimo sconvolgimento emotivo, si agisca come un freddo giurista. È una contraddizione enorme. Noi esseri umani siamo chiamati a essere migliori degli animali, certamente. Ma essere migliori non significa smettere di essere umani. Significa riconoscere che esistono situazioni in cui succede che l'istinto esploda con una forza devastante.

Forse il Codice penale dovrebbe prevedere una disciplina più precisa per quelle condotte poste in essere nell'immediatezza di un'aggressione gravissima, quando il trauma è ancora in corso e la capacità di autodeterminazione è profondamente alterata. Dovremmo valutare con maggiore attenzione, in questi casi, il peso dello sconvolgimento emotivo e psicologico. Perché la giustizia non consiste soltanto nell'applicare la legge. Consiste nel comprendere l'uomo, i momenti, la rabbia, la paura. Chi analizza solo il risultato finale rischia di osservare solo il colpo sparato, senza vedere i minuti precedenti. Rischia di vedere il gesto, ma non il trauma. I processi servono proprio a questo: ad accertare i fatti, le responsabilità e le circostanze concrete. Ed è giusto che sia così. Ma, parallelamente, dovrebbe aprirsi un'altra riflessione, meno ideologica. Non quella su chi abbia ragione a prescindere, bensì su come il diritto possa tenere conto, con equilibrio, della realtà della natura umana. Perché la legge deve essere giusta. Ma una legge è davvero giusta solo quando riesce a guardare negli occhi l'essere umano prima ancora dell'imputato.

E attenti a non dire mai più “se tocchi mio figlio vengo a prenderti anche dall’altra parte del mondo”, tu moralista ci faresti la figura del COLPEVOLISTA (turista) PER CASO.

Io invece continuerò orgogliosamente a dirlo. “Se tocchi mio figlio o i miei affetti vengo a sbranarti fino a casa”



 
 
 

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