MESSINA, VITTIMA DI ABUSI POCO CREDIBILE: I MOTIVI DELL’ASSOLUZIONE DI DON MARINO A CRISTO RE
- Grazia Di Mauro
- 4 mar
- Tempo di lettura: 2 min

Tredici pagine depositate martedì dai giudici, che restituiscono il quadro chiaro del perché il sacerdote Don Claudio Marino è stato assolto dalle accuse di violenza sessuale nei confronti di una donna tunisina. La migrante, all’epoca dei fatti 37enne, era stata ospite nell’estate del 2022 presso l’istituto Antoniano Cristo Re di Messina, allora guidato dal parroco rogazionista.
Il fascicolo si fonda su una lunga serie di contraddizioni definite dai giudici “aporie”. Nelle pagine, il collegio smonta la ricostruzione della presunta vittima, ritenuta inverosimile e smentita dalle testimonianze raccolte in aula.
L’episodio denunciato sarebbe avvenuto nella stanza numero 119, in un corridoio molto frequentato e con pareti in cartongesso. Un elemento quest’ultimo da non sottovalutare dato che, secondo i giudici, qualcuno avrebbe necessariamente notato o sentito qualcosa. Ma nessuno ha visto o udito nulla.
Non solo. Alla donna era stata assegnata un’altra stanza più appartata cioè la 184. Nella 119 dormivano 3 cittadini egiziani, tra cui un uomo con cui la stessa aveva una relazione ed è stato indicato come teste chiave, ma in aula non ha confermato la sua versione.
La sentenza evidenzia anche ulteriori elementi. I rimproveri ricevuti dal sacerdote per il comportamento tenuto nella struttura e la richiesta di duemila euro per un matrimonio di convenienza, respinta dal prete. Un rifiuto che, secondo quanto riportato, sarebbe stato seguito dalla promessa di “fargliela pagare”.
Alla luce di queste incongruenze, per i giudici il racconto non ha superato il vaglio di credibilità. Da qui l’assoluzione di don Marino.
La vicenda giudiziaria per il prete rogazionista si era aperta il primo ottobre 2025 poi, l’incubo per Padre Claudio aveva preso forme concrete, quando il Pubblico Ministero, Alice Parialò aveva sollecitato ai giudici la condanna a 4 anni. In quell’occasione anche l’avvocato di parte civile per la vittima, Maria Grazia Corio di Palmi, era intervenuta associandosi alle richieste dell’accusa.
Il 29 gennaio scorso è spuntata la parola fine per il sacerdote, assolto con la formula più ampia “perché il fatto non sussiste”. A metterlo nero su bianco è stato il collegio della seconda sezione penale del Tribunale di Messina.








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