SEQUESTRATI BENI PER UN MILIONE DI EURO AI FRATELLI RAVIDÀ
- Redazione

- 2 giorni fa
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Sei immobili sottochiave a Oliveri. Nel mirino della polizia due fratelli, un ex dirigente comunale condannato per concorso esterno in mafia e un ingegnere accusato di aver condizionato imprenditori edili.
Beni per quasi un milione di euro sono stati sequestrati dalla Polizia di Stato a Oliveri, nel Messinese. Il provvedimento riguarda sei unità immobiliari riconducibili ai fratelli Roberto e Salvatore Ravidà, al centro di una lunga e complessa vicenda giudiziaria che intreccia mafia, appalti pubblici e pressioni sugli imprenditori.
Il sequestro patrimoniale è stato disposto dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Messina, ai sensi del Codice Antimafia, su proposta congiunta del Procuratore della Repubblica e del Questore di Messina.
Gli immobili, secondo gli inquirenti, sarebbero frutto di attività illecite e intestati fittiziamente a terzi, con un valore complessivo stimato in circa 965 mila euro.
Al centro dell’inchiesta Roberto Ravidà, ex dirigente dell’ufficio tecnico dei Comuni di Oliveri e Mazzarrà Sant’Andrea, già condannato in via definitiva a cinque anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Una condanna maturata nell’ambito del processo “Gotha 3”, che ha fatto luce sugli appalti pubblici pilotati e sulle estorsioni riconducibili alla cosca dei cosiddetti “barcellonesi”, espressione di Cosa Nostra nel territorio tirrenico messinese.
Secondo le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia e della Divisione Anticrimine della Questura, l’ex dirigente avrebbe piegato la funzione pubblica agli interessi della consorteria mafiosa, truccando gare d’appalto, favorendo imprese vicine ai clan e segnalando gli imprenditori da sottoporre a estorsione.
Non solo: avrebbe anche favorito il fratello Salvatore, ingegnere, approvando pratiche edilizie illegittime in palese conflitto di interessi. Proprio sul conto del fratello ingegnere si concentrano ulteriori accertamenti. Pur in assenza di una condanna penale, gli investigatori hanno ricostruito un quadro di pericolosità sociale: secondo l’accusa, gli imprenditori intenzionati a costruire o lottizzare sarebbero stati costretti ad affidargli i progetti, con la minaccia implicita di blocchi e ostacoli burocratici da parte dell’ufficio tecnico comunale.
Un sistema di pressioni che avrebbe garantito incarichi, profitti illeciti e il controllo delle forniture.
Le indagini parlano anche di partecipazioni occulte in società edilizie, pratiche di esercizio abusivo del credito e autorizzazioni urbanistiche ritenute illegittime, in contrasto con gli strumenti urbanistici vigenti. Nelle prossime udienze, i giudici della prevenzione saranno chiamati a decidere non solo sulla confisca definitiva dei beni sequestrati, ma anche sull’eventuale applicazione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza nei confronti di entrambi i fratelli.
Un nuovo capitolo giudiziario che riaccende i riflettori sull’ombra della mafia negli uffici pubblici e sul controllo illecito del settore edilizio nel Messinese.








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