MESSINA, VIOLENZA SESSUALE: ASSOLTO PADRE MARINO DOPO LA DENUNCIA DI UNA MIGRANTE
- Grazia Di Mauro
- 17 minuti fa
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Don Claudio Marino non ha nulla a che fare con il fantomatico episodio di violenza ai danni di una migrante tunisina. Mercoledì sera, il collegio della seconda sezione penale del Tribunale di Messina ha messo nero su bianco la sentenza con la formula più ampia “perché il fatto non sussiste”.
I giudici hanno respinto le contestazioni della Procura, rilevando contraddizioni nel racconto della denunciante e la mancanza di riscontri oggettivi emersi nel corso del processo. Gli stessi hanno accolto appieno le teorie dei due difensori del sacerdote, gli avvocati Salvatore Silvestro e Delia Urbani. Secondo i 2 legali che sin dall’inizio del processo hanno seguito la stessa linea, erano troppe le contraddizioni e molteplici le «criticità» legate alla vicenda, in particolare sotto il profilo logico e fattuale.
Il sacerdote rogazionista, ex direttore dell’Istituto Antoniano “Cristo Re” di Messina, nel 2024 era stato accusato di violenza sessuale nei confronti di una migrante tunisina, all’epoca dei fatti 37enne. La donna che avrebbe subito la violenza era arrivata in Italia, sbarcando nell’isola di Lampedusa, nel settembre del 2020.
Nel giugno del 2024 era stata sentita dalla polizia di Catania, dalla sezione Immigrazione, e lì in fase di audizione aveva raccontato quanto le era accaduto quando si trovava ospite del collegio.
Nel corso del processo la donna ha comunque confermato in aula le accuse. Lo scorso maggio, dopo aver sentito in aula il teste che nella fase delle indagini aveva detto di aver ricevuto le confidenze dell’amica, i giudici avevano rimesso in libertà il prete per affievolimento delle esigenze cautelari.
Il primo ottobre 2025 poi, l’incubo per Padre Claudio aveva preso forme concrete, quando il Pubblico Ministero, Alice Parialò aveva sollecitato ai giudici la condanna a 4 anni. In quell’occasione anche l’avvocato di parte civile per la vittima, Maria Grazia Corio di Palmi, era intervenuta associandosi alle richieste dell’accusa.








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